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Israele e Palestina, dalla Diaspora ai giorni nostri

Marcello Landi

La difficile situazione dei Palestinesi dovrebbe preoccupare profondamente gli Ebrei sia in Israele che nella Diaspora Rabbino David Rosen – Sinodo per il Medio Oriente, Città del Vaticano 14/10/10

 

Il periodo in argomento è assai lungo, e la questione molto complicata. Dovrò perciò limitarmi a pochi cenni, senza pretendere la completezza.

Fra il 132 e il 135 si svolge la terza guerra giudaica, o rivolta di Bar Kokhba, contro l'occupazione romana (Imperatore era Adriano). I Romani sono famosi per la loro politica di integrazione, ma ovviamente non possono tollerare rivolte armate. Le conseguenze sono disastrose: uccisi circa 600.000 Ebrei, altri venduti come schiavi, il popolo espulso dalla Giudea. È la grande diaspora (dispersione). Nasce la provincia di Syria Palaestina, con territori anche ad est del Giordano. Del Tempio rimane solo il Muro Occidentale. Adriano concede agli Ebrei di recarvisi una volta all’anno per piangere i propri morti (Muro del Pianto).

In realtà, chi può cerca di non allontanarsi, anche a costo di una vita di miseria.

Gli altri si disperdono nell’Impero, protetti dalle leggi di Roma (ai Giudei non è chiesto, ad esempio, di sacrificare all’Imperatore).

La Palestina fa parte dell’Impero Romano d’Oriente fino all’invasione degli Arabi, nel secolo VII.

Nell’Impero, con Teodosio, il cristianesimo diventa religione di Stato (380). E l’ebraismo? Gli Imperatori non gli sono sempre favorevoli, ma Papa Gregorio Magno chiarisce definitivamente il diritto degli Ebrei alla loro religione.

Nel complesso, i rapporti tra Cristiani ed Ebrei sono, fino al secolo XI, abbastanza buoni. Ad esempio, gli Ebrei invitano alle loro feste religiose i vicini cristiani, che partecipano senza problemi.

Il re Stefano d’Ungheria (XI secolo) scrive al figlio, erede al trono: “La presenza, in un regno, di stranieri e di forestieri è di grande vantaggio, infatti gli stranieri, venendo da diverse regioni e province, portano seco diverse lingue e consuetudini, insegnamenti e armi, tutte cose che recano giovamento al regno: un regno, infatti, che abbia una sola lingua e una sola consuetudine di condotta è infermo e fragile. Figlio mio, ospita gli stranieri con benevolenza e degnamente, così che preferiscano abitare presso di te che altrove!”. Questa posizione esprime bene l’idea medioevale del rapporto tra culture differenti: la diversità arricchisce.

Una prima grave crisi avviene con le Crociate, non tanto da parte dei nobili, quanto da parte del popolo, che, nell’entusiasmo di combattere gli infedeli, comincia con l’assalire gli Ebrei, che cercano rifugio presso i vescovi (ma a volte vengono assaliti anche i palazzi episcopali!).

In politica, comincia a cambiare la mentalità: si gettano le basi dello Stato moderno (l’età “moderna” è, in storia, quella successiva al Medio Evo: lo Stato moderno raggiunge il suo culmine nel regime dell’assolutismo), fondato sul principio di uniformità di lingua, di leggi, di religione… Gli Ebrei sono visti con crescente disagio. Tra gli Stati europei, uno dei primi ad avviarsi verso la modernità è la Francia, che infatti, nel secolo XIV, si segnala per le espulsioni di Ebrei, i quali spesso si rifugiano nei territori del Papato.

Le condizioni degli Ebrei variano coi tempi e coi luoghi. Tommaso d’Aquino (XIII secolo) ce ne fornisce una testimonianza in un’interessante (e brillante) lettera alla Duchessa di Brabante, in cui la consiglia, tra l’altro, di fare come in Italia, permettendo agli Ebrei di svolgere lavori di loro scelta. Inoltre, in alcune località (ad esempio a Forlì), gli Ebrei possono possedere terreni e fabbricati o avere addirittura stemmi di tipo nobiliare.

Nel mondo arabo, gli Ebrei, come i cristiani, sono dhimmi: godono cioè di minori diritti legali e sociali dei musulmani. Come ci testimoniano, ad esempio, le Cronache di Giovanni di Antiochia, o  Yahya al-Antaki, (secolo XI), non mancano episodi di violenza e segni di disprezzo. Il califfo fatimide al-Hakim impone a tutti i Giudei, compresi quindi quelli di Palestina, intorno all’anno 1000, oltre a vesti particolari, di portare al collo pesanti sfere di legno, a ricordo della testa del vitello d’oro.

La Palestina viene poi conquistata dai Turchi, dai Crociati, di nuovo dai Turchi… Rimane la popolazione araba, arrivata con la conquista del VII secolo, ma anche, minoritaria, quella ebraica. In più, gli Ebrei della diaspora non solo si augurano costantemente un prossimo ritorno a Gerusalemme, ma, singoli o a gruppi, si trasferiscono davvero nella Terra Santa. Ricordiamo: nel VII secolo, la setta degli Afflitti di Sion; nel IX, i Caraiti; nel XIII secolo, il rabbino Nahmanide e i suoi seguaci; nel XV, il rabbino Ovadia di Bertinoro coi suoi discepoli italiani, nonché profughi iberici, espulsi da Ferdinando ed Isabella; nel XVI, altri Ebrei provenienti dal Nord Africa: in questo periodo, l’ebreo portoghese Giuseppe Nasi diviene molto influente alla corte del sultano ottomano Solimano I il Magnifico e del figlio Selim II e riceve l’incarico di reinsediare gli Ebrei a Tiberiade e Safad; nel XVII, i seguaci di un falso messia, l’ebreo turco Shabbetai Zevi; nel XVIII, gli immigrati del movimento dei Chassidim, Baltici e Polacchi. Nel complesso, i numeri sono piccoli, ma è impressionante la costanza nel tempo.

Prima del sionismo, dunque, esiste già una comunità d’Ebrei in Palestina: sono circa 25.000 (il 10% degli abitanti), distribuiti principalmente fra Gerusalemme, Safad, Tiberiade, Hebron, Jaffa, Haifa, Peki'in, San Giovanni d'Acri, Nablus, Shfaram, Gaza. Sono Ebrei palestinesi. Un successo della propaganda araba è di averci fatto identificare Palestinese con Arabo. Ma, all’inizio, non è così…

Ma che cos’è il sionismo? Si tratta dell’idea, nata in Europa nella seconda metà del XIX secolo, di creare uno Stato ebraico. Il contesto è quello dell’assimilazione ma anche del razzismo e dell’antisemitismo; più in generale, della secolarizzazione (gli Ebrei sono un popolo come gli altri e dovrebbero avere uno Stato, come gli altri), del socialismo e dei movimenti nazionali: in particolare, è di esempio il Risorgimento italiano. Amico e collaboratore di Marx, Moses Hess scrive Roma e Gerusalemme. L'ultima questione nazionale (1862). Vi sostiene che, come gli Italiani, eredi di Roma, sono riusciti (dopo molti secoli) ad avviare l’unificazione del loro Paese, anche gli Ebrei possono far risorgere il proprio Stato e tornare a Gerusalemme (città trascurata dai governanti islamici, tanto che, a metà Ottocento, vi sono “ruderi ovunque”, come testimonia Gustave Flaubert[1]; la città stessa, a parere di Mark Twain, nel 1867 è “un povero villaggio”[2]. Fatto sta che, intorno al 1870, la maggioranza degli abitanti è ebrea.

Per il sionismo il riferimento storico e culturale, non religioso (molti Ebrei, soprattutto se religiosi, non sono sionisti), è la Torah, la cui lingua è l’ebraico, non più parlato da secoli. Il russo Eliezer Ben Yehuda (1858-1922) ha un ruolo di primo piano nella rinascita dell’ebraico moderno, come lingua parlata, circa cento anni dopo la rinascita dell'ebraico come lingua letteraria (per alcuni, è il modello di come si potrebbe, oggi nella UE, reintrodurre il latino come lingua ufficiale).

Nel 1880-82, in Russia, si scatenano pogrom contro gli Ebrei. Alcune migliaia di profughi si rifugiano in Palestina (provincia dell’Impero Ottomano). È la prima aliyah (salita): 1882-1903.

Il polacco Leon Pinsker (fondatore del movimento Amanti di Sion) pubblica Autoemancipazione (1882); l’ungherese Theodor Herzl Lo stato ebraico (1896), un’opera fondamentale del sionismo, e convoca a Basilea il primo congresso sionista (1897). Si tratta di trovare una terra dove fondare uno Stato per gli Ebrei, per renderli finalmente un popolo “normale”, non necessariamente in Palestina. La Gran Bretagna (1903) propone l’Uganda (oggi Kenya), e Herzl è d’accordo. Ma, morto lui, il congresso sionista del 1905 riconferma l’aspirazione a Gerusalemme.

Seguono: la seconda aliyah (1904-1914), per i pogrom del 1903-1906; la terza aliyah (1919-1923), per la rivoluzione russa e la successiva guerra civile; la quarta aliyah (1924-1929), per l'aumento dell’antisemitismo dopo la Prima guerra mondiale; la quinta aliyah (1929-1939), per l'ascesa del nazismo e la chiusura degli Stati Uniti (causa Grande depressione).

Gli Ebrei comprano dai proprietari arabi le terre, per lo più desertiche, spinti dall’idea del ritorno alla dura vita rurale. Il Paese è avvantaggiato dagli investimenti degli Ebrei, tanto che l’immigrazione araba supera l’emigrazione (la Palestina ottomana è una terra povera, da dove si emigra per cercar fortuna). Non mancano saltuari problemi in un clima di generale collaborazione, ma non c’è un forte nazionalismo arabo: l’eventuale avversario è costituito dai Turchi, che dominano la regione. Non c’è un nazionalismo palestinese in quanto tale: l’area è considerata siriana, e gli abitanti arabi si sentono più legati alla nazione araba in genere che alla Palestina in sé. Ancora nel 1919, il primo congresso arabo palestinese, che riunisce a Gerusalemme musulmani e cristiani, chiama la Palestina “Siria meridionale”. Ciò va tenuto presente, per capire la politica di Feisal, che adesso vediamo.

Nella prima guerra mondiale, l’Impero Ottomano si schiera con gli Imperi Centrali. Gli Inglesi, perciò, tentano di indebolirlo favorendone le divisioni interne: promettono così l’indipendenza agli Arabi ed un “focolare ebraico” in Palestina (dichiarazione Balfour, 1917). Gli Arabi insorgono contro i Turchi, molti Ebrei si arruolano nella Legione Ebraica, a fianco degli Inglesi. Hussein, il re Hashemita dell’Higiaz (la regione intorno alla Mecca), si dichiara disponibile a collaborare coi sionisti, invitando gli Ebrei a ritornare nella loro “santa patria tanto amata”. Suo figlio Feisal, a cui, secondo gli accordi con i Britannici, dovrebbe andare la Siria, aggiunge: “Nessun vero Arabo può nutrire sospetti nei confronti del nazionalismo ebraico, o esserne spaventato… Noi lottiamo per la libertà araba, e dimostreremmo di esserne indegni se non dicessimo agli Ebrei, come io faccio, siate i benvenuti di ritorno a casa”. Nel 1919, Feisal, per gli Arabi, e Weizmann, per gli Ebrei, firmano un accordo di amicizia: “Si prenderanno tutte le misure necessarie per incoraggiare e stimolare l’immigrazione di Ebrei in Palestina su larga scala e quanto più rapidamente possibile”. In una lettera, Feisal scrive: “Noi Arabi, soprattutto quelli di noi che hanno una certa cultura, nutriamo la più profonda simpatia per il movimento sionistico… noi tutti auguriamo agli Ebrei un benvenuto di cuore di cuore nella loro patria… Mi auguro, e con me il mio popolo, che in un prossimo futuro possiamo aiutarvi e voi possiate aiutare noi, affinché i Paesi in cui siamo reciprocamente interessati possano ancora una volta assumere il proprio posto nella comunità dei popoli civili della terra”. In effetti, Arabi ed Ebrei potrebbero avere motivi per convivere tranquillamente: sono entrambi popoli semiti, hanno due lingue simili, per struttura ed etimo; sono entrambi alla ricerca di un riscatto nazionale… Ma qualcosa non funziona. Perché? Nel 1920, nella Conferenza di Sanremo, Gran Bretagna e Francia si spartiscono il Vicino Oriente (secondo gli accordi Sykes-Picot, del 1916!): la Siria, non a Feisal, ma ai Francesi (Battaglia di Maysalun, 1920), la Palestina, non agli Ebrei, ma agli Inglesi. La Società delle Nazioni conferma i mandati nel 1922. A questo punto, gli Arabi non vogliono più sentir parlare di uno Stato ebraico in Palestina, visto che non è sorto quello arabo di Siria. D’altro canto, l’amicizia arabo-israeliana sarebbe pericolosa per le potenze occupanti. Gli Inglesi adottano la vecchia pratica del Divide et impera, nell’idea di presentarsi come amici di entrambe le fazioni, rendendosi così indispensabili (con successo solo parziale, perché, oggi, ognuna delle due parti ricorda gli Inglesi come sostenitori degli avversari). Ne risultarono dei moti (1920-1921) contro gli Ebrei, considerati complici del colonialismo britannico e quindi colonialisti essi stessi: centinaia di vittime. Da parte loro, gli Inglesi acquistano l’amicizia di Abdallah, fratello di Feisal (al quale danno l’Iraq), cedendogli la Transgiordania. Avviene, così, una prima spartizione della Palestina, che perde tutte le sue terre ad est del Giordano. Intanto, il Saudita Abd al-Aziz, re del Neged, conquista l’Higiaz (1925). Nasce l’Arabia Saudita.

La storia poteva prendere una strada nel 1919, ma nel 1921 ne ha ormai presa un’altra. A conferma di questo, nel 1921, diviene Gran Muftì di Gerusalemme proprio uno dei responsabili delle violenze, Amin al-Husseini, nominato dall’Alto Commissario britannico, che spera di cooptare così gli elementi più radicali. La nomina è avversata dalla maggioranza musulmana, anche perché Amin non ha la preparazione necessaria, e la scelta si rivela sbagliata, perché Amin al-Husseini non cambia linea politica.

Nel 1926, si tiene al Cairo il primo congresso islamico, un passo di rilievo nella crescita del sentimento panarabista.

Nel 1929, un’altra rivolta araba, che pare coinvolgere gli elementi musulmani ma non quelli cristiani, annienta, tra l’altro, l’antica comunità ebraica di Hebron. Eppure, gli Ebrei continuano ad arrivare, e gli Arabi continuano a vendere loro le terre. Gli Inglesi mantengono una politica oscillante, ma in genere sempre più restrittiva contro gli Ebrei (di cui si tenta di impedire l’immigrazione: “In Palestina non c’è spazio neanche per girarsi!”), fino al Libro Bianco del 1939, che limita la futura immigrazione ebraica a 75.000 unità nei successivi 5 anni e poi la condiziona all’approvazione delle autorità arabe. Il Libro Bianco scandalizza un po’ tutti: gli Arabi, per i 75.000 immigrati; gli Ebrei, perché vi vedono la fine della possibilità di un vero focolare ebraico.

Va notato che un ulteriore motivo di diffidenza delle autorità britanniche ed arabe verso gli Ebrei è di ordine ideologico, perché la maggioranza dei sionisti professa ideali socialisti. In Israele, anche durante i primi decenni dopo l’indipendenza, fino al 1977, le sinistre vincono tutte le elezioni. Già negli ultimi anni della Russia zarista, il messianismo socialista esercita molto fascino sugli Ebrei, fino al formarsi di due distinte posizioni: coloro che, riuniti nel Bund, vedono nella rivoluzione la soluzione di ogni problema sociale, compreso quello delle discriminazioni contro gli Ebrei, e quindi sono antisionisti, e i socialisti sionisti, marxisti e non. Al sionismo socialista appartiene l’esperienza del kibbutz: comunità di lavoro in cui sono aboliti la proprietà privata ed il denaro, governata da un sistema a democrazia diretta. Già prima del 1917, molti sognano di fare del futuro Israele il primo Stato socialista al mondo…

Ma torniamo agli anni Trenta: scoppia la seconda guerra mondiale: il Muftì simpatizza con Italia e Germania, apprezzando soprattutto Hitler: Mussolini si è sì fatto proclamare “Difensore dell’Islam” (1937), ma è con l’aiuto dell’Italia fascista che rinasce, dal 1934, la marina mercantile israeliana, su richiesta di Vladimir Zeev Jabotinsky, grande ammiratore del Duce (solo col 1938, l’anno delle leggi razziali antiebraiche e del dono del marmo di Carrara per le colonne della gerosolimitana moschea di al-Aqsa, Mussolini sceglie!). Nel 1941, il Muftì proclama la guerra santa contro la Gran Bretagna e inizia a lavorare per creare una Legione Araba alleata dell’Asse. Gli Ebrei appoggiano gli Inglesi. Temono che gli Italotedeschi dilaghino in Egitto ed invadano la Palestina. Così non accade (El Alamein, 1942).

In questi anni, dal 1933 al 1948, è in corso la cosiddetta aliyah clandestina, l’immigrazione contro la volontà dell’autorità britannica. Sono anche gli anni di attività del gruppo terrorista sionista Irgun, diretta principalmente contro la Gran Bretagna e condannata dalle autorità ebraiche.

Finita la guerra, gli Inglesi non riescono più a gestire la situazione, e si rivolgono all’ONU: viene creata l’UNSCOP (Commissione Speciale delle Nazioni Unite per la Palestina, maggio-agosto 1047), che presenta due proposte: quella maggioritaria (ispirata ai lavori della Commissione Peel, del 1937) prevede due Stati, la minoritaria (ispirata al Libro Bianco del 1939) uno solo, federale; Gerusalemme dovrebbe essere un corpus separatum.

A questo punto, gli Ebrei costituiscono ormai il 33% circa degli abitanti della Palestina, distribuiti, però, in modo non uniforme: maggioritari in certe zone (Gerusalemme compresa), largamente minoritari in altre. Considerato questo, l’Assemblea dell’ONU (29/11/47) decide la spartizione della Palestina in due Stati, anche in seguito a forti pressioni politiche ed economiche da parte degli USA sui Paesi membri. In vista di questo, la Lega Araba, già dal 16 settembre, decide di costituire un Esercito Arabo di Liberazione. Ha inizio una politica di violenze, ai danni dell'indifesa popolazione rurale e urbana di entrambe le etnie (gli Arabi, ed esempio, bloccano i rifornimenti a Gerusalemme), con veri e propri massacri (Deir Yassin, per responsabilità dell’Irgun, Kfar Etzion, per responsabilità di irregolari arabi…). L’oggettiva situazione e lo spargersi di voci di un piano genocida ebraico, insieme alla convinzione che gli Stati della Lega Araba avrebbero ben presto spazzato via Israele, spingono larga parte della popolazione araba a fuggire dalle proprie case, sperando in un ritorno prossimo. La minoranza drusa è invece favorevole alla nascita di Israele.

Il 14 maggio, vigilia del ritiro inglese, David Ben Gurion proclama l’indipendenza di Israele, offrendo “piena e uguale cittadinanza” agli Arabi e “pace e buon vicinato a tutti gli Stati vicini e ai loro popoli”. Circa otto ore dopo, il giorno 15, gli eserciti di Egitto, Transgiordania, Siria, Libano e Iraq attaccano Israele, che, contrariamente alle aspettative, resiste. Tra le cause, c’è anche la divisione degli Arabi, che perseguono ciascuno i propri scopi, mentre l’interesse dei Palestinesi non sta a cuore a nessuno. L’unico risultato della guerra è di impedire la nascita dello Stato arabo palestinese: l’Egitto occupa Gaza; la Transgiordania occupa la Cisgiordania: il re Abdallah rinomina il proprio Stato  “Giordania”. Nel 1951, viene ucciso da un nazionalista palestinese.

Rimane il problema dei profughi: oltre 700.000 arabo-palestinesi, a cui si debbono aggiungere quasi 700.000 profughi ebrei, costretti ad abbandonare le loro case nei Paesi arabi. Per cogliere le reali proporzioni di quanto succede, va ricordato che la popolazione ebraica in Palestina raddoppia di colpo! Ciononostante, Israele è disposto ad accogliere tali profughi e cerca di integrarli con i residenti (affrontando enormi difficoltà economiche e culturali: un Ebreo di cultura yiddish non ha la stessa mentalità di uno di cultura araba!). I rapporti tra profughi palestinesi e Paesi arabi è più problematico. Ancora oggi, in alcuni Stati (come in Libano) ai Palestinesi non è riconosciuto alcun diritto; il 40% di questo popolo è apolide. Per i Palestinesi, insomma, il 1948 è l’anno della naqba, della catastrofe.

Al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Gromyko, rappresentante dell’URSS, dichiara (29/05/48): “Ciò che sta succedendo in Palestina può essere descritto soltanto come una operazione militare organizzata da un gruppo di Stati contro lo Stato d’Israele”.

Già nell’autunno del 1948, però, la Pravda scrive che Israele non riguarda gli Ebrei dell’URSS. Nel socialismo non c’è il problema ebraico (il che ricorda quanto sosteneva il Bund): l’antisemitismo prospera nel capitalismo; peraltro, il popolo ebraico è una non-entità: è come se, ad esempio, si dicesse che chi ha i capelli rossi ed il naso in un certo modo costituirebbe un popolo a sé. Questa posizione si ritrova anche nel campo arabo: l’ebraismo è una religione, non ha riferimento ad un popolo (per questo, oggi, sono interessanti le ricerche che sostengono esserci caratteri genetici comuni a tutti gli Ebrei: si tratta davvero di un popolo!).

Negli anni seguenti, la guerra fredda complica ulteriormente le cose: gli stati Uniti sono alleati con Israele (che pure ha un governo socialista!), l’Unione Sovietica con i Paesi arabi. La Turchia, invece, diventa un Paese amico di Israele (ma i Turchi non sono Arabi).

L’armistizio del 1949 non comporta, però, la pace. Israele è bersagliato dalle azioni dei fedayyin, militanti della guerriglia armata palestinese, e boicottato; agli Ebrei è proibito persino recarsi a pregare al Muro Occidentale. Prima che si presenti qualcosa di nuovo, intercorrono altre due guerre (1956, del Canale di Suez, e 1967, dei sei giorni), momenti culmine di uno stato permanente di belligeranza, visto che lo scopo dichiarato degli Arabi è la distruzione di Israele. Infatti, ancora alla conferenza di Karthoum (1967) gli Stati arabi pronunciano i famosi tre no: no alla pace, no al riconoscimento, no alla trattativa. Invece, successo nel 1970 a Nasser alla guida dell’Egitto, Sadat afferma, nel 1971, di essere disposto ad un “accordo di pace” con Israele. Ma gli Israeliani non capiscono o temono un inganno: e perdono l’occasione. Così Sadat non può che riprendere la vecchia politica di minaccia. Si arriva alla guerra del 1973 (del Kippur). Solo dopo che l’Egitto ha dimostrato di poter seriamente minacciare Israele, si può voltare pagina. Il merito è di Sadat, che dichiara (1977): “Per ottenere la pace e risparmiare la vita fosse anche di un solo soldato egiziano, sono pronto ad andare in capo al mondo, anche alla Knesset (Parlamento) di Gerusalemme”.

È un atto audace, che sembra forzare la storia: in effetti, spesso la pace è una scelta più coraggiosa della guerra. Stavolta Israele capisce. Da notare che, nel frattempo, è giunta al potere la destra: Begin invita Sadat. È l’inizio del processo che porta alla pace tra i due Paesi (accordi di Camp David, 1978), ma anche alla dichiarazione di Begin sulla necessità di rispettare i “diritti legittimi del popolo palestinese”. Non è poco, per uno che è stato comandante dell’Irgun!

L’Egitto è espulso dalla Lega Araba (1979). Sadat è ucciso da un integralista musulmano (1981).

In Israele, gli Arabi rimasti nello Stato hanno la cittadinanza e godono degli stessi diritti legali degli Ebrei: hanno rappresentanti alla Knesset; l’arabo è lingua ufficiale di Israele, come l’ebraico (oggi, gli Arabi israeliani sono circa il 20% della popolazione dello Stato; di essi circa l’8% è cristiano). Ma nella vita pratica le differenze ci sono: ad esempio, mentre i drusi svolgono il servizio militare come gli Ebrei, agli Arabi ciò non è chiesto. È una forma di delicatezza? O di diffidenza? Ogni tanto, qualche gruppo politico più intransigente tenta di ottenere l’approvazione di leggi a favore di quei cittadini che abbiano anche svolto il servizio militare… Finora la struttura democratica dello Stato, però, ha retto. Ben diversa è la situazione degli Arabi dei territori occupati militarmente, a cui non è stata data la cittadinanza. È vero che, nei primi anni dopo il 1967, il benessere in Cisgiordania è aumentato, ma è anche vero che si tratta di una situazione alla lunga insostenibile.

Altri problemi sono dati dall’iniziativa di coloni Israeliani di fondare insediamenti nei Territori occupati. Un caso emblematico è quello di Hebron: un gruppo, con un colpo di mano (1979), occupa  l'edificio abbandonato che fino al pogrom del 1929 era sede dell'ospedale ebraico. Dispiace, ma non stupisce che i rapporti tra Arabi ed Ebrei siano, in quella città, molto tesi.

Intanto, nascono varie organizzazioni del popolo palestinese: egiziano di nascita, ma con ascendenze palestinesi, Yasser Arafat fonda, nel 1959, Al-Fatah (Movimento di Liberazione Palestinese), che è il principale partito fino al 2006, quando prevale Hamas (Movimento di Resistenza Islamico). Nel 1964, al Cairo, la Lega Araba avvia la discussione per la creazione di una rappresentanza del popolo palestinese. In seguito a ciò, viene fondata l’OLP (Organizzazione per la Liberazione della Palestina), il cui scopo è la distruzione di Israele. Nel 1968, Arafat diventa capo dell’OLP. Nel settembre del 1970 (“settembre nero”), i Palestinesi in territorio giordano costituiscono ormai uno Stato nello Stato. Di fronte a un tentativo di rovesciare la monarchia, il re Hussein reagisce duramente. Dopo quella che è stata definita una guerra civile (con migliaia di morti), i militanti palestinesi sono espulsi dalla Giordania (1971). Poiché molti si trasferiscono in Libano, si gettano così le basi per il crollo dell’equilibrio politico di quel Paese… Seguono anni di terrorismo internazionale palestinese: strage di atleti ebrei alle Olimpiadi di Monaco del 1972, bombe contro i passeggeri di un Boeing Pan Am diretto da Roma a Beirut e Teheran (1973)…

Il 13 giugno del 1980, il Consiglio Europeo sottoscrive la Dichiarazione di Venezia, un testo preparato da Emilio Colombo, in cui si riconosce il diritto dei Palestinesi all’autodeterminazione.

Nuove speranze sembrano esserci agli inizi degli anni Novanta: nel 1993, preceduti dalla prima Intifada (1987-‘93), gli Accordi di Oslo vengono firmati tra Arafat e Yitzhak Rabin, Primo Ministro di Israele dal 1992, laburista: prevedono l'autogoverno per i Palestinesi della Cisgiordania e della striscia di Gaza entro cinque anni. L'anno seguente, Arafat, Shimon Peres ed Yitzhak Rabin vengono insigniti del premio Nobel per la pace. Nello stesso anno, sono trasferite all'Autorità Nazionale Palestinese (ANP) le prerogative dell'entità provvisoria prevista dagli Accordi di Oslo. L’OLP si impegna a modificare le clausole della sua Carta Nazionale che richiedono la distruzione di Israele. Tuttora non risulta, però, che sia stata adottata una nuova Carta.

Sempre nel 1994, Giordania (Re era Hussein) ed Israele firmano la pace.

Nel 1995, Rabin viene ucciso da un colono ebreo estremista. Nel 1996, in Israele si deve eleggere il nuovo governo: Shimon Peres, che avrebbe proseguito nella politica di Oslo, è inizialmente favorito, ma una serie di attacchi terroristici arabi contro civili israeliani spinge l’opinione pubblica a preferire Benjamin Netanyahu, che insiste sulla sicurezza. L’applicazione degli accordi giunge così ad un punto morto. Ha inizio la seconda Intifada (2000-20006). Nel 2004 muore Arafat.

Dopo una serie di attentati contro civili israeliani, il governo di Gerusalemme decide la costruzione di una separazione fisica, un muro, tra Israele e la Cisgiordania. Gli attentati effettivamente diminuiscono, ma le conseguenze sulla vita quotidiana dei Palestinesi sono pesantissime.

Inoltre, una guerra civile oppone (2006-07), tra i palestinesi, Al-Fatah e Hamas (che ha ancora come scopo la distruzione di Israele): il risultato è che quest’ultimo movimento ha il controllo di Gaza, mentre il primo governa la Cisgiordania (Presidente dell’ANP è Mahmūd Abbās).

Il 2 settembre 2010, hanno inizio contatti diretti tra Mahmūd Abbās (Abū Māzen) e Netanyahu…

 

Consiglio la lettura di un libro la cui esistenza è già in sé una speranza, una collaborazione israelo-palestinese: Peace Research Institute in the Middle East, La storia dell’altro, Una Città, Forlì 2003

 

Bibliografia

Yahya al-Antaki, Cronache dell'Egitto Fatimide e dell'impero bizantino. 937-1033, Jaca Book, Milano 1998

S. Stefano d’Ungheria, Esortazioni al figlio. Leggi e decreti, Città Nuova, Roma 2001

David Ben Gurion, Israele. La grande sfida, Mondadori, Milano 1968

Golda Meir, La mia vita, Mondadori, Milano 1976

Eli Bernavi, Storia d’Israele dalla nascita dello stato all’assassinio di Rabin, Bompiani, Milano 1999

PRIME, La storia dell’altro, Una Città, Forlì 2003



[1] http://liberaliperisraele.ilcannocchiale.it/?yy=2006&mm=6

[2] http://www.loccidentale.it/articolo/obama+e+la+guerra+contro+israele.0093539